sabato 20 febbraio 2021

Il Cancrismo come superamento dell'Ecologia Profonda, di Bruno Sebastiani

 


Come noto l’“ecologia profonda” è quella corrente di pensiero che invita a considerare l’essere umano non come il dominus della natura, ma come uno dei suoi innumerevoli componenti, impegnato, in quanto tale, a rispettare le leggi che regolano la vita sul pianeta.

Si contrappone al movimento ecologista superficiale, in quanto questo, pur combattendo contro l’inquinamento e lo spreco delle risorse, ha come "obiettivo primario la salute e il benessere della popolazione nei paesi sviluppati […]" (Arme Naess, Ecosofia, Como, Red Edizioni, 1994, p. 29)

Invece "il movimento ecologista profondo rifiuta l’immagine di un’umanità inserita in un ambiente da cui è distinta, a favore dell’immagine del campo totale e relazionale" (ibidem)

"L’uomo sta alla Natura come la parte al Tutto, come un tipo di cellula sta all’Organismo (psicofisico) di cui fa parte" (Guido Dalla Casa, L’Ecologia Profonda, Milano, Mimesis, 2011, p. 49)

Partendo da questi presupposti la società umana "non deve necessariamente svilupparsi, ma anzi deve trovare un modus vivendi con la natura di tipo olistico, di interazione e rispetto" (Fabio Balocco, post del 12 ottobre 2017 sul blog Ambiente e Veleni de IlFattoQuotidiano.it).

Queste affermazioni e questi propositi a prima vista appaiono tutti sensati e condivisibili.

Eppure le analisi dei sostenitori dell’ecologia profonda offrono elementi di debolezza ad un esame più approfondito. In particolare peccano di irrealtà. Ritengono realizzabili condizioni esistenziali che per l’uomo contemporaneo oramai realizzabili non sono più.

Facciamo l’esempio più evidente.

Arne Naess, il “padre” dell’ecologia profonda, scrive: "L’unicità dell’Homo sapiens, le sue capacità uniche tra milioni di altri esseri viventi, sono state usate come strumenti di dominio ed abuso di potere. L’ecosofia propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono né capire né condividere". (op. cit., p. 218)

È chiaro che quando Naess parla delle capacità di Homo sapiens, fa riferimento alle sue facoltà cerebrali eccezionalmente sviluppate. Ebbene, è proprio a causa di questo incremento abnorme dell’intelligenza che i nostri antenati sono stati in grado di contravvenire alle leggi di natura a proprio vantaggio e a svantaggio degli altri esseri viventi. Una volta che sono stati in grado di farlo non potevano non farlo, indotti a ciò da quell’istinto di sopravvivenza che sta alla base della lotta per la vita.

In altre parole. Ogni essere vivente è “programmato” per combattere, con le armi che la natura gli mette a disposizione al fine di sopravvivere come individuo e come specie. Laddove le armi non sono adeguate soccombe, laddove sono prevalenti domina. E a noi uomini è capitata la ventura di essere dotati di una super arma, il “Dono non richiesto” (“The Unsolicited Gift”) di koestleriana memoria (vedi Arthur Koestler, Il Fantasma dentro la Macchina, Torino, SEI, 1970, XVII capitolo, primo paragrafo), ovvero la super intelligenza.

Nel corso dell’evoluzione si è sviluppato attorno al nostro cervello rettiliano (sede degli istinti, che abbiamo in comune con gli animali più primitivi), il cervello limbico (sede delle emozioni, che ci accomuna agli altri mammiferi), e poi ancora sopra a questo, all’improvviso e in modo rapido e tumultuoso, è proliferata la neocorteccia (sede del pensiero astratto), la super arma che ci ha consentito di sbaragliare ogni avversario e di dominare la natura.

I neuroscienziati mi perdoneranno l’eccessiva semplificazione, ma in questa sede mi preme soprattutto badare all’essenziale.

Ecco, l’”atteggiamento di responsabilità universale” di cui parla Naess dovrebbe consistere nella rinuncia a gran parte dei privilegi che la natura ci ha incautamente concessi dotandoci della neocorteccia, al fine di ricomporre l’armonia del mondo della natura che in gran parte abbiamo già distrutto.

Ma la natura stessa ci ha dotato anche di quel formidabile impulso che è l’istinto di sopravvivenza, al quale non possiamo sottrarci, ed ecco allora che il combinato disposto di tale istinto con le facoltà intellettuali superiori non poteva che condurci al punto in cui siamo, e in futuro non potrà che spingerci verso un ulteriore sfruttamento delle risorse naturali per alimentare una popolazione umana e un apparato di congegni artificiali in continua crescita.

A questo proposito Naess si rende conto che alla base dello sfruttamento delle risorse naturali vi è la ben nota curva iperbolica dell’aumento della popolazione, e nella sua “piattaforma del movimento dell’ecologia profonda” inserisce i seguenti punti:

"4. L’attuale interferenza umana nel mondo non umano è eccessiva, e la situazione sta peggiorando rapidamente."

"5. Il fiorire della vita umana e delle diverse culture è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana. L’esistenza stessa delle forme di vita non umane esige tale diminuzione." (op. cit., p. 31)

Qui si dovrebbe aprire un importante dibattito sul tema dell’antinatalismo. L’argomento è fondamentale ma lungo e complesso, e mi riservo di affrontarlo in altra sede. Per lo scopo che mi sono qui prefisso sarà sufficiente far notare come la soluzione proposta dall’ecologia profonda per porre rimedio ai guai sin qui causati dall’essere umano preveda preliminarmente la trasgressione da parte del medesimo essere umano di quell’istinto di sopravvivenza della specie che la natura ha indelebilmente impresso nella parte più recondita del nostro organo di comando, il cervello rettiliano.

Per correggere un errore della natura (la nostra super intelligenza), per uscire dal vicolo cieco imboccato dall’evoluzione, dovremmo abbattere il pilastro che la natura stessa ha posto alla base dei nostri comportamenti.

L’uomo moderno non vuole farlo: lo sviluppo della società tecnologica lo dimostra ampiamente. Ma anche se volesse farlo, non potrebbe: gli istinti fanno parte di un codice comportamentale innato, la repressione del quale esula dalle nostre capacità fisiche e psichiche.

Questo punto è basilare e ci riporta indietro nel tempo al noto dibattito sul libero arbitrio che contrappose Erasmo a Lutero.

Per restare più vicini all’oggi, osservo come anche Koestler, che tra il 1959 e il 1978 disegnò in cinque saggi un grandioso affresco sulla mente umana come anomalia evolutiva, non se la sentì di chiudere completamente la porta alla speranza. E allora scrisse che dobbiamo esaminare la possibilità che l’uomo "[…] possa portare un difetto di fabbricazione all'interno del suo cranio, un errore costruttivo che potenzialmente minaccia la sua estinzione, ma che potrebbe ancora essere corretto da uno sforzo supremo di autoriparazione". (The Ghost in the Machine, London, Hutchinson & Co Publishers, 1967, p. 272)

Ma né la “sostanziale diminuzione della popolazione umana” invocata da Naess né lo “sforzo supremo di autoriparazione” ipotizzato da Koestler sono all’orizzonte. Al contrario si prevede che gli attuali 7,6 miliardi di esseri umani diventino 9,8 entro il 2050 e 11,2 entro il 2100. In parallelo la produzione industriale continua a dilagare, mentre il progresso tecnologico cerca disperatamente nuove soluzioni per consentire il mantenimento di una tale moltitudine di uomini e degli ancor più numerosi animali da macello.

Ed ecco allora la necessità che una nuova teoria ci aiuti a comprendere chi realmente siamo e perché ci comportiamo in un modo tanto distruttivo nei confronti degli altri esseri con cui condividiamo questo pianeta.

Se fino ad oggi l’ecologia profonda ha rappresentato lo stadio più avanzato di contrasto alla ideologia progressista dominante, lasciando invano uno spiraglio alla speranza, la nuova teoria intende mettere l’essere umano a nudo davanti allo specchio della sua mente per mostrargli come il suo comportamento sia del tutto analogo a quello delle cellule tumorali nel corpo di un ammalato di cancro.

Ho battezzato “Cancrismo” questa teoria che ho iniziato ad illustrare nel mio libro “Il Cancro delPianeta”, a cui hanno fatto seguito due altri libri (uno finalizzato a rendere consapevole l’uomo contemporaneo di questa sua natura maligna e l'altro descrittivo dell'organizzazione della socità ai tempi dell'ecocidio).

Perché diffondere una siffatta teoria, che contraddice la positività della nostra attività intellettiva?

Innanzitutto per amore di verità. Ritengo moralmente doveroso far partecipe l’essere umano di questa visione del mondo, per quanto sgradevole essa sia.

In secondo luogo per gli effetti incogniti che potrebbero scaturire dalla consapevolezza di essere agenti maligni anziché figli prediletti del creatore.

Ci sarà un momento, ma non ipotizzo date, in cui l’aggrovigliarsi dei problemi, le dimensioni dei medesimi e la nostra incapacità a fronteggiarli adeguatamente, condurranno a crisi inenarrabili. Gli scaffali vuoti dei supermercati, le bande dei razziatori, la fuga precipitosa dalle città saranno solo alcuni dei tragici aspetti di queste crisi. E allora tutti rimpiangeranno di non aver dato avvio per tempo ad una “sostanziale diminuzione della popolazione umana” e ad uno “sforzo supremo di autoriparazione”, e vorrebbero riuscire a farlo sotto l’incalzare degli avvenimenti.

E se gli sforzi collettivi di risanamento si provasse a farli a seguito dell’acquisita consapevolezza di essere il cancro del pianeta anziché sotto l’urgenza di crisi incombenti?

Una cosa è certa: la nostra intelligenza è l’arma più forte. Ci ha consentito di divenire i re del mondo ma ci ha anche trasformati in agenti distruttori dell’armonia della natura. Proviamo a utilizzarla contro se stessa.

L’andamento attuale non lascia adito a speranze. Le nostre ricerche continuano ad essere indirizzate verso progresso e sviluppo.

"Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo…" (Guido Dalla Casa, op. cit., p. 40)

La consapevolezza di essere il cancro del pianeta potrà indurci ad innestare la retromarcia? Dipende da quanto il “Cancrismo” riuscirà ad incidere sulle élite intellettuali, politiche, scientifiche ed economiche e sulle masse che ne subiscono passivamente l’influenza.


1 commento:

  1. da Guido Dalla Casa: "Qui ci si riferisce sempre all’uomo occidentale (o occidentalizzato). Non riesco a capire che problemi abbiano dato alla Natura i Boscimani, gli Eschimesi, gli abitanti dell’altopiano tibetano, gli Hopi, i Sentinelesi delle Andamane, tanto per nominare solo qualcuna delle cinquemila culture umane apparse sul Pianeta. Sarebbero ancora là, se non fossero state di fatto distrutte dall’Occidente. Il cervello è sostanzialmente uguale al nostro. Il male è la civiltà industriale con le sue premesse filosofiche e il suo folle primato dell’economia e della crescita: purtroppo ha invaso tutto il mondo distruggendo le altre culture. Comunque, sul piano pratico e attuale, l’Ecologia Profonda e il Cancrismo vanno perfettamente d’accordo."

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